
Se non ti stava a cuore il nostro matrimonio,
perché temevi gli ordini crudeli del vecchio genitore,
tuttavia avresti potuto condurmi nelle vostre sedi,
affinché quale schiava con piacevole fatica io potessi accudirti,
accarezzando con acqua limpida i tuoi candidi piedi,
oppure ricoprendo il tuo letto con veste purpurea.
Catullo, Lamento di Arianna (Cat. LXIV vv. 132-201)
Il grido di Arianna, abbandonata da Teseo, così come lo tramanda Catullo, custodisce in forma arcaica ciò che nella clinica contemporanea chiamiamo paura dell’abbandono. Non si tratta di un semplice timore della distanza, ma di una ferita che tocca il nucleo dell’identità. In quei versi, l’offerta disperata di sé fino alla sottomissione diventa il simbolo di un annullamento che precede la caduta nel vuoto del non essere amati. Arianna non teme soltanto di restare sola, teme di dissolversi insieme alla perdita dell’oggetto desiderato. È questo il cuore della dinamica abbandonica: la rinuncia alla propria soggettività pur di trattenere il legame, la confusione tra la cura e l’assoggettamento, l’illusione che la sopravvivenza psichica coincida con la presenza dell’altro.
In ambito psicodinamico, la paura dell’abbandono non può essere intesa come un tratto caratteriale superficiale. È un’organizzazione interna che affonda le radici nelle esperienze originarie di dipendenza e di attaccamento, e che riaffiora lungo l’intera traiettoria esistenziale, soprattutto nei momenti di crisi o di vulnerabilità.
Le radici precoci della ferita
Nelle prime fasi dello sviluppo, la vita psichica è interamente affidata alla funzione accudente. Non esiste ancora una chiara distinzione tra sé e altro: l’integrità dipende dalla continuità della presenza e dalla capacità dell’ambiente di contenere e dare senso alle esperienze. Quando questa funzione è stabile e prevedibile, il bambino impara progressivamente a tollerare l’assenza e a interiorizzare un senso di continuità.
Se invece la presenza è incostante, intrusiva o emotivamente non sintonizzata, ogni distacco viene vissuto come perdita irreversibile. Melanie Klein ha sottolineato come, nelle fasi precoci, l’oggetto venga percepito in forma scissa, buono o cattivo a seconda della soddisfazione dei bisogni. Solo un ambiente affidabile permette l’integrazione di queste immagini parziali e l’avvio di una coesione interna. In assenza di tale sostegno, la mancanza non si trasforma in attesa: diventa un crollo privo di contenimento.
A questo vissuto si aggiunge spesso la disconferma. Quando le percezioni del bambino vengono negate o svalutate, si interrompe il legame tra esperienza interna e riconoscimento esterno. John Bowlby ha mostrato come la mancata conferma conduca a una sfiducia profonda nei propri bisogni e nel valore del legame stesso. La perdita, in questo quadro, non appare come evento circoscritto ma come minaccia costante alla continuità dell’essere.
Riattivazione nell’età adulta
Le modalità relazionali precoci si radicano come matrici operative che orientano i rapporti successivi. Non restano confinate all’infanzia, ma si ripresentano come schemi affettivi impliciti. Così, la paura dell’abbandono riaffiora nelle relazioni adulte non come ricordo consapevole, ma come riattivazione di memorie emotive non simbolizzate.
Le oscillazioni tra bisogno intenso di vicinanza e diffidenza difensiva sono tipiche degli assetti di attaccamento insicuro. Liotti ha mostrato come tali dinamiche non siano inclinazioni caratteriali, bensì ripetizioni traumatiche che si impongono con forza, riemergendo al di là della volontà.
In alcuni casi, la stessa figura di attaccamento è percepita al contempo come rifugio e minaccia. È il paradosso che caratterizza l’attaccamento disorganizzato, descritto da Main e Hesse: l’altro è insieme fonte di protezione e persecutore, oggetto di desiderio e di terrore. Questa contraddizione genera un’organizzazione instabile, in cui la vicinanza stessa scatena conflitti insolubili.
Il mancato rispecchiamento precoce compromette inoltre lo sviluppo della capacità di mentalizzare. Winnicott ha mostrato come la possibilità di dare senso ai propri stati interni nasca dall’essere riconosciuti da uno sguardo che restituisce coerenza. In sua assenza, le emozioni intense restano prive di parola e rischiano di trasformarsi in vissuti persecutori o frammentazioni identitarie. La distanza non viene allora vissuta come separazione temporanea, ma come minaccia di dissoluzione.
Impatto sulle relazioni affettive
Nella vita intima, la paura dell’abbandono imprime una forma peculiare ai legami. L’altro viene idealizzato fino alla fusione, ma nello stesso movimento svalutato e percepito come potenziale persecutore. L’angoscia non riguarda soltanto l’assenza fisica, ma la difficoltà a riconoscere l’altro come soggetto distinto e separato. La relazione diventa un campo oscillante tra dipendenza assoluta e rottura distruttiva, mentre il sé rimane fragile e dipendente dalle conferme esterne.
Winnicott ha descritto la costruzione del falso sé come adattamento necessario in un ambiente non rispondente: un’organizzazione che protegge la continuità del legame sacrificando spontaneità e autenticità. Ferenczi parlava di adattamento traumatico, evidenziando come il silenziamento dei bisogni autentici diventi strategia di sopravvivenza. Queste difese garantiscono la prosecuzione della relazione, ma a costo di identità vulnerabili e facilmente frammentabili.
Da qui derivano dinamiche in cui la gelosia diventa distruttiva, le emozioni si muovono in modo impulsivo e la distanza risulta intollerabile. La relazione diventa palcoscenico di un conflitto interno irrisolto, dove l’angoscia abbandonica continua a funzionare come organizzatore silenzioso dell’esperienza. Non sorprende che in molte configurazioni di personalità, in particolare laddove prevale l’instabilità affettiva, essa costituisca un nucleo clinico centrale.
L’incontro terapeutico
Quando la paura dell’abbandono entra nello spazio analitico, non resta un concetto astratto: si manifesta nel modo in cui il paziente vive la presenza e l’assenza del terapeuta. Ogni limite può riattivare il dolore di una separazione antica, ogni gesto di vicinanza risvegliare il desiderio di fusione, seguito però da movimenti improvvisi di svalutazione. Non si tratta di incoerenza caratteriale, ma della ferita originaria che torna a farsi sentire, cercando finalmente un luogo di riconoscimento.
Il valore del lavoro non sta nelle rassicurazioni immediate, ma nella possibilità di sperimentare una cornice stabile che non crolli di fronte all’intensità emotiva. Il setting terapeutico diventa un punto fermo: non rigido, ma affidabile; capace di contenere senza soffocare, di accogliere senza fondersi. È questa continuità che permette di vivere la separazione senza che essa significhi annientamento.
Con il tempo, diventa possibile riconoscere che l’altro non è né onnipotente né totalmente minaccioso, ma una presenza complessa, con lati buoni e limiti inevitabili. Klein ha descritto questo passaggio come ingresso nella posizione depressiva: accettare la perdita dell’oggetto idealizzato, esperienza dolorosa ma che apre alla possibilità di relazioni più reali e meno scisse.
Parallelamente, il lavoro sulla capacità di mentalizzare, come sottolineano Bateman e Fonagy, consente di trasformare emozioni confuse in pensieri condivisibili. Dare un nome agli stati interni e riconoscere quelli dell’altro come distinti significa sottrarre l’angoscia al silenzio e restituirle un linguaggio.
La terapia non cancella la traccia della ferita originaria, ma la trasforma. La paura di perdere l’altro può restare come segno della propria storia, ma smette di determinare ogni legame. Diventa qualcosa che si può pensare, nominare, collocare in una trama più ampia. Così la relazione non è più soltanto luogo di minaccia, ma spazio in cui il sé può esistere senza sacrificare la propria autenticità.
Bibliografia
- Bateman, A., Fonagy, P. (2006). Mentalization-based treatment for borderline personality disorder: A practical guide. Oxford University Press.
- Bowlby, J. (1969/1989). Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Bollati Boringhieri.
- Ferenczi, S. (1932/1988). Diario clinico. Raffaello Cortina.
- Klein, M. (1946/1978). Invidia e gratitudine e altri saggi. Martinelli.
- Liotti, G. (1992). La dimensione interpersonale della coscienza. Bollati Boringhieri.
- Main, M., Hesse, E. (1990). Parents’ unresolved traumatic experiences are related to infant disorganized attachment status. In Greenberg, M., Cicchetti, D., Cummings, E. (a cura di), Attachment in the preschool years. University of Chicago Press.
- Winnicott, D. W. (1965/1974). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando.