
Alla compagna di viaggio
I suoi occhi il più bel paesaggio
Fan sembrare più corto il cammino
E magari sei l’unico a capirla
E la fai scendere senza seguirla
Senza averle sfiorato la mano
Fabrizio De André, Le passanti
Ogni femminicidio è il culmine di una storia: non esplode all’improvviso, ma matura nel tempo, spesso all’interno di relazioni segnate da controllo, svalutazione e isolamento. È l’esito tragico di un processo in cui l’amore si deforma in possesso e l’altro smette di essere un soggetto per ridursi a oggetto da dominare.
Tra conquiste e resistenze culturali
Negli ultimi cento anni, profondi mutamenti storici e culturali, dal diritto di voto all’accesso all’istruzione, dall’indipendenza economica al movimento femminista, hanno ridefinito lo status femminile, aprendo spazi di libertà e di scelta. Tuttavia, accanto alle conquiste, sono rimaste radicate resistenze profonde: modelli patriarcali e mentalità tradizionali che continuano a influenzare le dinamiche di coppia e familiari, talvolta degenerando in forme di abuso.
Il termine femminicidio, oggi ampiamente diffuso in Italia, compare nel 1801 per indicare genericamente l’uccisione di una donna [Treccani]. Con il tempo ha assunto un significato più specifico, legato alla violenza di genere nel suo esito più grave, fino a diventare concetto chiave del dibattito sociale e culturale contemporaneo.
Lenti psicoanalitiche e meccanismi difensivi
Da una prospettiva psicoanalitica, questo atto affonda le radici in dinamiche inconsce, fragilità narcisistiche e sistemi relazionali disfunzionali. Già alla fine dell’Ottocento, Freud osservava come il corpo femminile fosse spesso oggetto di proiezioni e conflitti irrisolti, passando dall’analisi di traumi reali, come gli abusi, a quella delle rappresentazioni interne delle pazienti.
Il partner che vive la rottura del legame come dissoluzione della propria identità può reagire con una rabbia percepita come legittima e necessaria per ristabilire un equilibrio interno minacciato. In questo processo, la donna perde la sua identità di soggetto e diventa il simbolo di un’offesa insopportabile. Spesso ciò è preceduto da un progressivo irrigidimento psichico: controllo ossessivo, isolamento sociale e svalutazione sistematica.
Il corpo femminile diventa così il luogo simbolico in cui bisogni e aspettative si infrangono. Quando manca la capacità di elaborare dolore, frustrazione e rifiuto, il rapporto si cristallizza, impedendo ogni possibilità di trasformazione. La difficoltà di integrare le componenti maschili e femminili della psiche, come ipotizzato da Freud nella teoria della bisessualità psichica, può alimentare vissuti di mutilazione interna e stimolare una spinta al controllo e alla sopraffazione.
In alcune personalità, questi limiti si intrecciano con meccanismi di difesa primitivi, come la scissione e la proiezione: ciò che è percepito come pericoloso o inaccettabile di sé viene espulso e collocato nell’altro, che diventa contenitore di parti rifiutate e temute. La violenza, in questi casi, rappresenta l’espressione estrema di un conflitto interno non elaborato.
L’assenza di un passaggio simbolico capace di trasformare l’attaccamento primario in possibilità di separazione può condurre la relazione a degenerare in alleanze perverse e in una confusione tra intimità e possesso. L’altro non viene riconosciuto nella sua autonomia, ma inglobato come parte necessaria alla sopravvivenza psichica dell’aggressore.
Un approccio integrato alla comprensione
L’esperienza clinica e le ricerche mostrano che, spesso, prima dell’atto finale, la donna aveva già subito altre forme di abuso dallo stesso autore. La violenza raramente è un episodio isolato: matura attraverso segnali che, col tempo, possono erodere la percezione di sé e la fiducia nella possibilità di liberarsi. L’isolamento imposto dall’aggressore riduce progressivamente le risorse emotive e pratiche, alimentando una rete di paura e senso di colpa. A favorire questa spirale concorrono anche l’inefficacia delle tutele istituzionali, condizioni di vulnerabilità personale, la paura di ritorsioni, la sfiducia nelle denunce e un contesto culturale che ancora tende a minimizzare i comportamenti abusivi.
La riflessione di Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, offre un ulteriore spunto di comprensione [intervista su Repubblica]. Egli evidenzia come il femminicidio sia quasi sempre l’atto conclusivo di una catena di comportamenti, svalutazione, isolamento, controllo, e come la perdita venga vissuta dall’aggressore come ferita narcisistica insopportabile. A ciò si intreccia il peso dei modelli patriarcali, che perpetuano l’idea della donna come proprietà, rendendo la separazione emotivamente inconcepibile.
Comprendere questa forma di violenza di genere in chiave psicoanalitica significa riconoscere l’intreccio tra struttura psichica, storia affettiva e contesto culturale. La prevenzione richiede non solo protezione immediata delle potenziali vittime, ma anche un lavoro profondo con gli autori di violenza, per aiutarli a riconoscere e gestire vissuti di perdita e rifiuto senza ricorrere alla sopraffazione.
Contrastare il femminicidio implica un approccio integrato: lettura clinica delle dinamiche psichiche profonde e trasformazione condivisa dei modelli culturali e relazionali che lo alimentano. Solo così sarà possibile intervenire in modo incisivo su un fenomeno che rappresenta una ferita aperta, inscritta tanto nella coscienza sociale quanto nelle trame più intime delle relazioni umane.
A Federica e Simona
Bibliografia
- Freud, S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. In Opere. Torino: Bollati Boringhieri.
- Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. In Opere. Torino: Bollati Boringhieri.
- Lagarde, M. (2006). Los cautiverios de las mujeres: madresposas, monjas, putas, presas y locas. México: UNAM.
- Mitchell, J. (1976). Psicoanalisi e femminismo. Torino: Einaudi.
- Russell, D. (1992). Femicide: The Politics of Woman Killing. New York: Twayne Publishers.