Narcisismo patologico: l’immagine grandiosa e la fragilità nascosta

Uomo elegante con maschera antigas, immagine per l’articolo sul narcisismo patologico – Valentina D’Emilio psicoterapeuta Firenze.

Io sono ineluttabile.
Thanos, Avengers: Endgame

Thanos, il celebre villain dell’universo Marvel, incarna un assetto onnipotente la cui traiettoria esita nell’isolamento. La figura, prossima al mito di Narciso, autorizza una lettura clinica: quando l’immagine grandiosa si impone sul Sé autentico, l’esito non è potenza ma solitudine. Come osserva Lingiardi (2021), il destino del narcisista è segnato dall’incapacità di tollerare perdita e vulnerabilità, con un bisogno di coerenza meramente fenomenica che allontana dagli altri e, in ultima analisi, da se stesso.

L’altro come specchio necessario

Una certa quota di autostima di base è necessaria per lo sviluppo psichico e per relazioni funzionali. Il discrimine clinico emerge quando l’autostima si cristallizza in assetto difensivo, trasformandosi in richiesta continua di conferme. Sotto l’apparente solidità opera un nucleo fragile, esposto a vissuti di vergogna e vacuità interna (Gabbard, 2004).

Il narcisismo patologico non si riduce a un tratto caratteriale, ma si configura come un’organizzazione di personalità. È caratterizzato da una discontinuità strutturale tra l’immagine ideale mostrata al mondo e un Sé vulnerabile, spesso ferito e intollerante a dipendenza e limiti. Questa tensione attraversa i rapporti di coppia, i legami familiari e le esperienze lavorative. Il soggetto può apparire seduttivo, affascinante, sicuro di sé, ma resta imprigionato in un conflitto intrapsichico che rende precaria la regolazione affettiva.

Freud aveva distinto tra narcisismo primario e secondario, riconoscendo come il ritorno della libido sull’Io avesse una funzione difensiva (Freud, 1914). La costruzione grandiosa, quindi, non esprime forza autentica ma funge da protezione contro l’impotenza. Heinz Kohut (1971) ha introdotto un punto di vista decisivo: per il soggetto narcisista, l’altro diventa un selfobject, cioè un oggetto necessario a confermare valore e continuità del Sé. Il bisogno di riconoscimento è costante e, se non soddisfatto, emergono vissuti di collasso, vergogna e rabbia. Otto Kernberg (1975) ha sottolineato l’incapacità di integrare aspetti positivi e negativi di sé e dell’altro, generando oscillazioni relazionali e instabilità affettiva.

Le relazioni sentimentali e le dinamiche narcisistiche

Le dinamiche narcisistiche diventano particolarmente evidenti nelle relazioni sentimentali. In una fase iniziale, il partner viene investito da idealizzazione massiccia: attenzioni straordinarie, coinvolgimento totalizzante, promesse di unicità. L’altro viene trattato come estensione del Sé grandioso, conferma vivente della propria eccezionalità.
Quando, però, il partner introduce elementi di realtà, limiti, differenze, richieste di reciprocità, l’equilibrio si incrina. L’altro non è più percepito come risorsa, ma come minaccia. È frequente osservare:

  • silenzi punitivi o ritiro improvviso, usati per riaffermare distanza e superiorità;
  • freddezza emotiva, con una drastica riduzione dell’intimità;
  • commenti svalutanti o sarcasmo corrosivo, modalità che spostano all’esterno il vissuto di
    inadeguatezza;
  • oscillazioni tra vicinanza e distanza, fonte di costante incertezza per il partner.

Come ricordava Kohut (1984), anche nei legami più intimi la sfida consiste nel saper accogliere la vulnerabilità dell’altro, sostenendone temporaneamente il Sé indebolito: “Un buon matrimonio è quello in cui l’uno o l’altro partner raccoglie la sfida di svolgere le funzioni di oggetto-Sé, delle quali il Sé temporaneamente indebolito dell’altro ha bisogno in un momento particolare.”

Il rischio, nelle coppie in cui uno dei due presenta tratti narcisistici marcati, è che la relazione diventi un dispositivo di regolazione dell’autostima. Il partner può sentirsi costretto a confermare costantemente l’altro, assumendo la funzione di regolatore eteronomo dell’equilibrio interno. Con il tempo, questa dinamica produce vissuti di impotenza e di logoramento della propria soggettività: non più interlocutore, ma funzione.

Clinicamente, il soggetto narcisistico fatica a riconoscere il partner come individuo separato, con desideri e limiti propri. L’intimità, invece di configurarsi come incontro tra due soggettività, viene vissuta come minaccia di dipendenza. Per questo, anche nei momenti di apparente vicinanza, permane un nucleo di distanza: il timore che l’altro smetta di confermare e faccia affiorare la vulnerabilità sottostante.

In setting clinico, il partner di un narcisista descrive spesso un andamento ciclico della relazione: fasi di intensa vicinanza e dedizione seguite da improvvisi distacchi, ironie svalutanti o ritiro. Questo andamento non è casuale, ma esprime la difficoltà a tollerare l’ambivalenza e a riconoscere l’altro come soggettività autonoma.

Le forme cliniche del narcisismo: overt e covert

Il narcisismo patologico può assumere forme differenti. Kernberg (1984) distingue tra manifestazioni overt, con grandiosità esibita, ricerca di ammirazione e dominio, e manifestazioni covert, più nascoste, caratterizzate da timidezza, atteggiamenti vittimistici o passività. In entrambi i casi il bisogno sottostante resta identico: mantenere la coesione del Sé attraverso la conferma esterna.
Dal punto di vista clinico, i tratti più frequenti includono:

  • intolleranza marcata a perdita, fallimento e critiche;
  • difficoltà a sostenere reciprocità e dipendenza affettiva;
  • uso costante dell’altro come specchio identitario, con ridotto riconoscimento della sua autonomia;
  • vulnerabilità estrema a vergogna e umiliazione, mascherata da apparente solidità;
  • rabbia reattiva o aggressività passiva di fronte a frustrazioni anche minime;
  • ridotta tolleranza dell’ambivalenza, con percezioni polarizzate (“tutto buono” o “tutto cattivo”);
  • cronica esperienza di vuoto e perdita di significato personale.

Il ruolo della psicoterapia

Per chi si avvicina alla psicoterapia, è importante chiarire che l’obiettivo non è demolire le difese grandiose, né imporre un cambiamento forzato. Quelle difese hanno avuto una funzione di protezione. Il lavoro clinico consiste nel costruire un assetto affidabile in cui possano emergere parti più genuine del Sé, meno vincolate all’ideale di perfezione.

In terapia, il paziente può attraversare momenti di intensa idealizzazione del terapeuta, alternati a fasi di delusione e svalutazione. Questo non rappresenta un ostacolo, ma la messa in atto del conflitto narcisistico. Il compito del clinico è mantenere un setting stabile, senza colludere né ritirarsi, offrendo al paziente la possibilità di sperimentare un legame più regolato e realistico.

Con il tempo, diventa possibile:

  • tollerare limiti e imperfezioni senza collasso dell’autostima;
  • riconoscere l’altro non come specchio, ma come soggetto distinto;
  • scoprire un senso di vitalità che non dipende esclusivamente dalla conferma esterna.

In definitiva, il narcisismo patologico non è una scelta consapevole né un semplice tratto di personalità, ma un’organizzazione difensiva che tenta di conferire coesione a un nucleo vulnerabile. L’immagine grandiosa appare solida, ma funziona come una maschera impenetrabile: protegge dall’angoscia di non sentirsi all’altezza, ma al contempo isola, restringe il respiro emotivo e ostacola un contatto autentico con sé e con l’altro.

La psicoterapia offre l’opportunità di interrogare quella maschera, comprendendone la funzione e aprendo la possibilità di un contatto più autentico. Non si tratta di demolire le difese, ma di favorire l’integrazione tra immagine ideale e vulnerabilità, così che possa emergere un Sé più vitale, meno dipendente dallo sguardo altrui e più libero nella relazione.

Bibliografia

  • Freud, S. (1914). Introduzione al narcisismo. In Opere, vol. VII. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Gabbard, G. O. (2004). Psichiatria psicodinamica. Milano: Raffaello Cortina.
  • Kernberg, O. F. (2016). Narcisismo, aggressività e autodistruttività. Milano: Raffaello Cortina.
  • Kohut, H. (1976). Analisi del Sé. Torino: Boringhieri.
  • Kohut, H. (1989). Come cura la psicoanalisi. Milano: Cortina.
  • Lingiardi, V. (2021). Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo. Torino: Einaudi.
  • Winnicott, D. W. (1970). Sviluppo affettivo e ambiente. Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma: Armando Editore.

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